TEATRO TRASTEVERE
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LA CHIAVE DELL’ASCENSORE
di Agota Kristof

dal 20 aprile al 2 maggio – ore 21.00 – dom. ore 18.00

con Francesca Palmas
regia Massimo Palazzini

allestimento scenico Pier Luigi Manetti
costume Salvatore Aresu
scelte musicali Stefano Pedone
disegno luci Flavio Mainella
hair stylist Riccardo Lupini
sarta Maria Salvatori
foto di scena Marta Ferranti
grafica Francesco Kurhajec
foto locandina Roberta Krasnig,
ufficio stampa artinconnessione.com
ufficio stampa Teatro Trastevere Tommaso Cennamo

SINOSSI

La scena di Agota Kristof è un luogo di reclusione.
La chiave dell’ascensore racconta il conflitto tra un uomo e una donna, in questo caso un marito “carceriere” e una moglie inferma, costretta su di una sedia a rotelle e reclusa, come la protagonista di una fiaba.
E’ la favola nera terribile e tristissima di una donna murata viva in se stessa . Subisce il carcere di un corpo privo della capacità di giudizio, perché non può fuggire, né vedere o sentire: il marito per mano di un amico medico le ha fatto perdere progressivamente l’uso di gambe , occhi e orecchi, rendendola un fantoccio di puro dolore.
Quando tenta di urlare la sua voce e’ un lamento animale.
E’ un testo duro e bellissimo, questa donna perde l’uso delle gambe, della vista e dell’udito, vogliono toglierle anche la voce, ma la voce no………la voce no………Piuttosto la vita.

NOTE DI REGIA

Ciò che più ci ha interessato in queste buie “favole” – l’una che si compenetra
nell’altra, non è tanto il rapporto marito-moglie, uomo-donna, vittima-carnefice, ma ciò che avviene dentro e fuori il testo. Ciò che avviene fuori da quella finestra dove la protagonista racconta della pianura desolata e desolante da dove dovrebbe arrivare il principe azzurro, il “salvatore”. Dietro quella finestra c’è l’eterno conflitto dell’uomo contro se stesso. C’è la guerra.
La guerra che ha costretto Agota Kristof a fuggire dal proprio paese. Ungheria 1956. La guerra che invalida la mente e il corpo. La guerra che rapisce l’infanzia e la restituisce, una volta passata, malata e corrotta.
All’uomo gli si può togliere tutto, ma se rimane in vita, anche se privo di tutte le facoltà vitali, non gli si potrà mai togliere la “Voce”. La voce della verità .
In questa favola, apparentemente dell’assurdo, sono stati eliminati gli elementi naturalistici che determinano, all’impatto visivo, il dramma.
La sedia a rotelle, dove la protagonista è costretta a vivere per colpa del marito e per mano del medico, ma più semplicemente per mano dell’Uomo, è stata sostituita da un allegro e colorato girello che ci rimanda ai primi passi della vita.
Il nostro girello diventa, di volta in volta, il ventre materno, il bunker antiumano, il luogo dove la mente, spaziando con la fantasia, trova la ragione per vivere e ci preserva dalla catastrofe.
Il teatro, per noi, non è altro che questo.
Il personaggio del marito e del medico sono stati sostituiti da pupazzi. Pupazzi che accompagnano la nostra protagonista nel dolore tragico dell’esistenza. Pupazzi, come nel teatro della vita, ai quali tutto è permesso.
La colonna sonora dello spettacolo è basata su canti e danze d’amore intervallati da rumori di guerra. Questi canti, che rimandano ad un amore negato, fanno si che la protagonista prenda coscienza del proprio stato e trovi la forza per ribellarsi.

Massimo Palazzini

Dove e quando

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