Antonio Calbi ricorda il grande maestro

Con Giorgio Albertazzi scompare non soltanto un grande uomo di teatro, ma un modo di considerare, di sentire e vivere il palcoscenico. Ultimo rappresentate della tradizione dei grandi mattatori della scena, mi piace ricordarlo per la sua vivace anarchia nell'assecondare una curiosità irrequieta verso copioni di ogni epoca e registi di diverse generazioni ma soprattutto per l'amore puro per la parola e per la poesia.

Aveva letteralmente interiorizzato i Sonetti di Shakespeare e abbiamo fantasticato insieme di riaprire il Teatro Valle proprio con uno spettacolo dai Sonetti, che teneva molto a tradurre lui stesso. Era il maggio 2014, e Giorgio Albertazzi fu fra i primi che volli incontrare, da neodirettore del Teatro di Roma, che lui stesso diresse dal 2002 al 2008. Immaginammo uno spettacolo anche con musiche di un quartetto d'archi e proposi di invitare due poetesse a tradurli per lui, i Sonetti del Bardo (Patrizia Cavalli e Patrizia Valduga). Ma, determinato, poliedrico e titano com'era, ribadì che voleva tradurli e ritradurli lui, perché solo chi ha sapienza piena della parola recitata poteva ambire ad arrivare il più vicino possibile alla verità dell'originale.

Volli Giorgio fra i protagonisti del Prologo d'Amore e d'Arte per l'Italia Europea, una serata-evento che costruimmo per l'avvio del semestre europeo a conduzione italiana. Quel 30 giugno 2014 rimarrà impresso nella memoria di chi affollava il teatro. Ci onorò della sua presenza, a testimoniare e ribadire l'importanza dell'arte e della cultura per l'Italia e per l'Unione Europea, anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Invitammo due star del nostro spettacolo, della stessa generazione: Valentina Cortese, che interpretò un pezzo dell'Amore di Giovanni Testori, e Giorgio, che ci regalò, con la sua consueta intensità, un brano dalle Memorie di Adriano dalla Yourcenar. Fu una festa, con Lorenzo Lavia che interpretò il Manifesto per gli Stati Uniti d'Europa di Garibaldi, Maddalena Crippa che diede voce All'Italia, struggente lirica di Leopardi, e addirittura il presidente del Tribunale di Milano, già sottosegretario alla giustizia, Livia Pomodoro, in scena a leggere un Incontro immaginario fra Melina Mercouri e Angela Merkel. L'istrionismo di Giorgio anche questa volta sbocciò, e per finire ci regalò alcuni versi dalla Divina Commedia di Dante, quel Canto XXVI dell'Inferno dedicato a Ulisse, che così tanto amava. In sala deflagrò un applauso, quasi un boato.

Ma mi è pure rimasta impressa nella memoria l'edizione di Diario privato di Paul Léautaud, nel quale ritrovò l'amata Anna Proclemer, diretti da Ronconi che li immobilizzò su poltrone mobili a spasso per tutto il palcoscenico, coi corpi dei due ottantenni a rimembrare vivacità erotiche e passioni, acquietati quasi come bozzoli in quelle cucce con rotelle: fu un insuperato duello di bravura e verità fra due interpreti d'eccezione. Per soddisfare il suo amore per la grandeur, Antonio Calenda e Nicola Fano gli cucirono addosso un Giulio Cesare, sempre da Shakespeare che andò in scena in un teatro costruito apposta di fianco al Colosseo. Ma lo ricorderemo per sempre per quella originale cerimonia teatrale nella quale officiava, avvolto in una candida toga romana, un mirabile omaggio all'imperatore Adriano adattando il romanzo della Yourcenar: non recitava, Giorgio, semplicemente viveva una confessione, fatta di fremiti e visioni, sui dilemmi dell'esistenza e anche sull'Aldilà".

Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma, ricorda Giorgio Albertazzi, che ha diretto lo Stabile capitolino dal 2002 al 2008.


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