Giovedì 23 maggio la galleria Tornabuoni Arte Roma inaugura una retrospettiva dedicata a Renato Mambor in occasione del decennale della sua scomparsa, in collaborazione con l'Archivio Mambor e con la consulenza scientifica di Maria Grazia Messina.

La mostra, attraverso una trentina di opere, si propone di presentare il percorso artistico e la pratica di Renato Mambor, "l'artista 'concettuale', il più emotivamente raffreddato, entro la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo" (M. G. Messina), evidenziandone i passaggi sostanziali e la coerenza poetica e formale sempre mantenuta dai primi esiti alle ultime produzioni. Pur nella pluralità dei linguaggi utilizzati e nella poliedricità dei suoi intenti, il lavoro di Renato Mambor continuativamente parla di osservazione, linguaggio, comunicabilità e relazione con l'altro.


L'invito è quello di procedere nella narrazione della mostra dalle opere più storiche all'ultima produzione ripercorrendola poi in senso inverso, attuando l'auspicio dello stesso Mambor: "Vorrei che l'opera fosse riletta oggi dall'oggi. Ora che viviamo noi. [..] L'artista non è colui che certifica il presente ma colui che mette i semi per il futuro".

Il percorso si apre con Senza titolo, 1958, una tempera su carta appartenente ad una fase ancora di ricerca e sperimentazione, con delle tangenze all'Informale appena trascorso (ancora non si firma Mambor, ma Mambo). E' questo il momento delle prime mostre importanti: il Premio Cinecittà del 1958 e l'anno successivo Mambo(r), Schifano, Tacchi, a cura di Emilio Villa alla Galleria Appia Antica.

Questi sono anche gli anni dell'avvicinamento al cinema, delle presenze sul set e della recitazione: lavorando al distributore di benzina sulla via Tuscolana, poco distante da Cinecittà, ha modo di incontrare tra gli altri Federico Fellini che lo porterà a comparire ne La Dolce Vita.

Gli anni Sessanta si aprono con una produzione - prossima al minimalismo di Lo Savio - che si avvale di oggetti d'uso comune, come pannelli di legno industriali o mollette, nel tentativo di "togliere l'io dal quadro", ricercando un'oggettivazione, come si vede nelle due opere Oggetto verde e Oggetto rosso, entrambe del 1960. Oggettivazione e ricerca sono la spinta comune alla generazione di artisti della Scuola di Piazza del Popolo: "freddi nell'arte, caldi nella vita" (R. Mambor).

Questa stessa attitudine lo porta ad avvalersi dei segni convenzionali dei segnali stradali - Uomo segnale, 1962 - sagome piatte, ancora poggiate sul legno, oggettive, riconoscibili da tutti, decontestualizzate e trasportate nell'opera.

La standardizzazione e l'azzeramento dell'emozionalità si accresce serializzandosi attraverso la reiterazione della stessa sagoma mediante una matrice di gomma nella serie Timbri del 1963: "L'uso di un segno iconico riconoscibile era un punto di riferimento comune tra l'artista e il pubblico" (R. Mambor).

In mostra un gruppo di sei opere relative alla serie dei Ricalchi, presentati per la prima volta nel 1965 in occasione della sua prima personale alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis. Qui Mambor prende in esame le immagini dei rebus enigmistici, prive di volto, individualità ed espressione ma capaci di comunicare un'azione: "Volevo illustrare, mostrare, un verbo. Abbracciare. Bere. Aprire la porta. Il gesto del sonno..." (R. Mambor).

È dell'inizio degli anni Ottanta la poesia visiva Albero blu, opera inedita in cui le diapositive sono accompagnate dalla voce dell'artista, qui presentata in dialogo con l'omonimo scollamento L'albero blu del 1966 attraverso cui Mambor analizza e separa i vari momenti del fare pittorico: "Analizzai i procedimenti esecutivi del dipingere attraverso tecniche di scomposizione nel tempo e nello spazio. Il disegno e lo sfondo erano eseguiti in tempi e spazi diversi e poi ricomposti per sovrapposizione" (R. Mambor).

Trasferitosi a Genova, nel 1967 è invitato da Germano Celant ad esporre alla Galleria La Bertesca per la mostra Arte Povera-Im spazio. In questi anni si concentra sulla serie di lavori chiamata Itinerari, che presenterà nella stessa galleria e alla Galleria dell'Ariete nel 1968. Nuovamente una matrice è al centro del lavoro di Mambor, questa volta rulli per finte tappezzerie (Itinerario, 1968; Tappezzeria, 1970): "Un disegno modulare era già inciso sul rullo, a me non rimaneva che il gesto dell'esecuzione. Delegavo allo strumento il compito dello stile" (R. Mambor).

Negli anni successivi il lavoro degli Itinerari prenderà dimensioni ambientali, fotografiche e performative (Macchina traccialinee, 1968 e Itinerario intimo, 1969), tra le più celebri l'azione con Emilio Prini nello studio di Genova: Mambor "chiede a Prini di fargli scorrere il rullo addosso, trasformandosi nel supporto stesso dell'azione" (R. Perna).

E' del 1970 l'ideazione dell'Evidenziatore qui in mostra e già esposto nel 1993 in occasione della XLV Biennale d'Arte di Venezia a cura di Achille Bonito Oliva. Si tratta di un oggetto metallico che si apre e si chiude, si aggancia con la funzione di mettere in evidenza gli oggetti lasciandoli nel loro luogo di appartenenza: "Volevo far vedere le cose come realmente sono, senza alterazioni, spostamenti, modifiche. Volevo indagare sulla realtà, per questo l'Evidenziatore ha preso la forma di una mano meccanica come metafora dell'afferrare la realtà" (R. Mambor).

Mambor affida successivamente a soggetti terzi l'Evidenziatore. Bambini, amici, fotografi, artisti e critici vengono così resi parte effettiva del processo creativo e del gioco di relazione fra artista, Evidenziatore e oggetto evidenziato. Il focus della ricerca è porre l'attenzione su tale relazione: "inserisci il gesto dell'altro. Qualcosa cambierà" (R. Mambor).

Dalla metà degli anni Settanta, per più di 10 anni, Mambor si dedica al teatro, formando una compagnia sperimentale, il Gruppo Trousse.

La mostra prosegue quindi con le opere realizzate a partire dal 1987, quando la pittura torna ad assumere una parte preponderante nella sua produzione. A questo periodo appartengono i lavori: Gli Osservatori (Maschera), 1983; Osservatori bianchi, 1996; L'uomo geografico/ fondo grigio, 2012; Le Coltivazioni Musicali, 2011. "Nei primi anni '80 ho iniziato a lavorare su un'esperienza estetica che ho definito l'Osservatore [...]  Non mi interessa chi è la persona, l'osservatore non è un ritratto alla persona, ma mi interessa ciò che la persona fa: l'atto di osservare". Anche la scultura diventa parte strutturale della nuova produzione di Mambor, in una ricerca sullo spazio e sul modo di occuparlo, probabile eredità dell'esperienza teatrale.

Chiude la mostra il lavoro Fili, 2012. Una serie di rocchetti di fili colorati è disposta su una parete secondo una sequenza lineare; una doppia sagoma tiene in mano una matassa. Unità separate all'occhio dello spettatore sono in realtà legate tra loro; immobili eppure in azione.

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