Presentazione dei volumi-trilogia sul secolo dell'Encyclopédie di Claudio Guidi

Si può pensare al futuro dell'Europa senza ripensare l'eredità dell'"Illuminismo"? Si può ancora cogliere qualche lezione dalle vicende delle protagoniste e dei protagonisti del "secolo dei Lumi"? Ma poi, quell'esperienza è stata davvero così luminosa? Infine, andando ancora più a fondo, è esistito realmente un movimento culturale e politico con un programma "illuminista"?

Con una scelta originale rispetto agli usi accademici consolidati, questi tre volumi di Claudio Guidi evitano, nei limiti del possibile, di utilizzare il termine "Illuminismo" con i suoi derivati. È proprio tale scelta a sollecitare quelle domande iniziali. E senza dubbio la trilogia nel suo insieme aiuta a dare qualche risposta, grazie anche a una metodologia storiografica non molto diffusa, fondata principalmente sull'uso sistematico delle fonti originali, in particolare dei carteggi.

Un primo ordine di problemi riguarda i modelli di comunicazione che si formano nel XVIII secolo. I progetti di riconciliazione tra politica e ragione coincidono con quelli della democrazia deliberativa? Habermas, e molti altri con lui, sostengono senz'altro di sì. Invece il quadro che emerge dalle indagini di Guidi sul Settecento francese è diverso e più articolato.

All'epoca il francese ha da tempo rimpiazzato il latino come lingua di scambio intraeuropea. Gli enciclopedisti lo tengono al riparo dalle secche della lingua franca e burocratizzata, e soprattutto ne espandono notevolmente la portata comunicativa a livello colto. La novità è data dalla formazione, ai margini della vasta impresa dell'Encyclopédie, di una rete laica di individualità assiduamente in contatto tra di loro.

È appunto tale aspetto che questi tre volumi mettono a fuoco. Si occupano delle vicende di una serie di personaggi, alcuni ben conosciuti, altri meno, ma comunque di sicuro rilievo. Allo stesso tempo la trilogia concentra l'interesse sul polo di attrazione costituito dall'assolutismo, cosiddetto "illuminato". A tratti alterni tre sovrani dominano la scena, Federico II di Prussia, Caterina di Russia e Gustavo III di Svezia. Pur separati dall'appartenenza a quasi tre generazioni successive, e talvolta opposti l'uno all'altro da guerre realmente guerreggiate, sono accomunati da stretti legami di parentela, oltre che dalla predilezione per i principali enciclopedisti. Con Voltaire, Diderot e d'Alembert corrispondono correntemente da pari a pari, ma è una parità che riguarda quasi solo la lingua e la qualità dello scambio.

Gli argomenti trattati vanno dai piccoli ai grandi temi dell'attualità europea. Grazie alle distanze esistenti tra Parigi da una parte, e Berlino, San Pietroburgo, Stoccolma dall'altra, gli epistolari ci restituiscono un certo disegno generale delle relazioni internazionali. Queste stesse distanze inoltre permettono ai rispettivi autori di schivare diplomaticamente il problema dei rapporti interni tra sovrani e sudditi.

Dunque l'epoca d'oro dell'"Illuminismo francese" (ammesso che si possa usare questa espressione), ossia i decenni centrali della seconda metà del Settecento, sarebbe regolarmente scandita dalla conciliazione di ragione e agire comunicativo? Dalle narrazioni di Guidi non risulta affatto che le cose stiano così. Per un verso il progetto dell'Enciclopedia, nella prospettiva di un progresso espansivo delle tecnologie e del sapere in generale, si rivolge a un pubblico potenzialmente sempre più vasto. Ma per altro verso esso si scontra con i limiti angusti posti da istituzioni verticistiche, e il sistema comunicativo rimane chiuso a ogni possibile allargamento al di là dei confini di un'élite.

In effetti le figure di Federico II e Caterina di Russia, ben tratteggiate da Guidi anche per contrasto, pongono l'annosa questione del rapporto fra intellettuali e esercizio del potere. Gli enciclopedisti soprattutto (Voltaire è un caso un po' distinto), chiusi nella loro esclusiva e autistica torre d'avorio, sembrano perdere di vista la realizzabilità o meno delle proprie idee negli sviluppi e nelle conseguenze concrete. I loro comportamenti, spesso ingenui e contradditori, pongono il problema della responsabilità dell'intellettuale.

Perciò le corrispondenze qui esaminate sono segnate da significative non corrispondenze, veri e propri punti di crisi. C'è la presenza ingombrante di una figura interna e esterna all'Encyclopédie come quella di Rousseau, spesso evocata, ma solo per essere subito rimossa dall'una e dall'altra parte degli epistolari. Ossessive invettive accompagnano il suo principio di eguaglianza, applicabile a tutti i sudditi assoggettati ai sovrani, e la sua pretesa di trasformarli in soggetti dei diritti e della comunicazione. Esse torneranno con rinnovata virulenza dopo la Rivoluzione, con l'appello a tutte le monarchie d'Europa a coalizzarsi contro queste minacce. Guidi mostra con chiarezza che le contraddizioni degli enciclopedisti non possono essere isolate, in splendida autonomia, dalle tempestose vicende rivoluzionarie, come invece si fa sempre più spesso.

C'è poi l'irrompere dell'ateismo come fattore di divisione anche all'interno del campo enciclopedista. Ma il sostegno reciproco esistente tra i modelli verticistici di religione e di potere politico, così come tra i rispettivi modelli di comunicazione senza feedback, è un elemento essenziale che rimane indiscusso. Il tentativo di mettere efficacemente in moto una "fabbrica" della tolleranza, prima ancora che dell'ateismo, è così rinviato sine die.

Last but not least la questione di genere. Il femminismo nel mondo occidentale comincia col "secolo dei Lumi"? In effetti di solito si fa coincidere tale inizio con l'epoca dell'affermazione del "pensiero illuminista". Dallo squarcio aperto da Guidi su quel periodo emerge piuttosto la significativa acquisizione di un ruolo sociale determinante da parte della donna nei costumi e nella società. È in questi termini che allora si registrano realmente grandi cambiamenti nei rapporti uomo-donna.

Esemplare il caso di Julie de Lespinasse, sintesi per molti versi delle opportunità presenti in quest'epoca, la cui vicenda si accompagna e si separa drammaticamente da quella di d'Alembert. O il caso della madre di quest'ultimo, Madame de Tencin, o di Rousseau (piuttosto che della futura moglie Thérèse Levasseur), che abbandonano o depositano agli enfants trouvés i propri figli indesiderati, come parte di un fenomeno sociale in grande crescita. O quello della figlia di Diderot, che non viene affidata al convento, ma la cui educazione comprende corsi di anatomia ed educazione sessuale, e il cui contratto matrimoniale prevede la comunione dei beni. Il matrimonio stesso, concepito dall'ancien régime come contratto solo fra socialmente simili e, dopo la revoca dell'editto di Nantes, come sacramento della Chiesa, con chiusura di ogni altra via, si imporrà infine nel 1792 come matrimonio prima di tutto civile, aperto inoltre alle possibilità di divorzio.

Era il preludio di una stagione nuova di approfondimento reale sulla condizione della donna? L'inizio di una presa di coscienza generale del suo valore come individuo e come categoria politica? Nulla di tutto questo. Esemplare ancora il caso Diderot, con la sua lettera "straziante" alla figlia che va in sposa: vero e proprio manifesto del ruolo della donna soggetta, prima alla patria potestà, poi alla tutela completa del marito. O il caso di Federico II, come caratteristico della misoginia fondamentale di tutto il gruppo degli accademici. E infine la questione dei diritti, in genere negati alle donne nel campo della politica come in quello della famiglia, e forse ancora più nettamente. Il sogno umanitario appare qui più che altro nella forma di un incubo ricorrente.

Quando Kant nel 1784 lancia il famoso interrogativo su cosa sia l'Aufklärung, il termine che usa suona come una sorta di neologismo. Egli non pensa assolutamente a una realtà già esistente, ma a un dover essere; non ai philosophes, ma a un progetto per il futuro, a un risveglio di tutti gli esseri umani dal "sonno dogmatico" e a una loro capacità critica ancora tutta da costruire. Al contrario, a partire dal secondo Novecento gran parte dell'intellettualità europea, e quelle istituzioni che a essa fanno riferimento come "classe dirigente", hanno creduto di riscoprire un unico movimento di idee militante su scala europea. Esso avrebbe operato sotto le diverse divise nazionali dell'"Illuminismo", delle Lumières, dell'Enlightenment, dell'Ilustración, e di un'Aufklärung ancora pre-critica, situata alle spalle di Kant. È a questo presunto movimento storico, e a non meglio precisati manifesti programmatici dei suoi pretesi corifei, che spesso ci si richiama al fine di legittimare certe attuali scelte politico-culturali.

Was ist Aufklärung? La domanda di Kant oggi si ripropone in forme accentuatamente critiche. Cos'è dunque l'illuminismo? Si tratta solo di una nostra fantasiosa costruzione ideologica? O, in modo più costruttivo, di un insieme di grandi occasioni perse, che oggi sarebbe bene non continuare a perdere?

Presentazione dei volumi-trilogia sul secolo dell'Encyclopédie:

- Il secolo bello. Il sogno umanitario del Settecento francese (2015);

- Maledetta rivoluzione. L'invettiva degli enciclopedisti scampati alla ghigliottina (2016);

- La fabbrica dell'ateismo. Il tentativo del Settecento francese di abolire Dio (2016),

di Claudio Guidi

editi da Il Melangolo.

Saluto e coordinamento di

Paola Paesano, direttrice Biblioteca Vallicelliana

Introduzione di

Giovanni Incorvati

Interventi di

Francesca Schaal

Alberto Postigliola

Intervento dell'autore

Claudio Guidi

Discussione

Claudio Guidi, studioso e critico di teatro in Italia, Francia e Germania. Dopo una decennale parentesi manageriale in un gruppo multinazionale tedesco ha svolto una ventennale attività di giornalista e corrispondente dall'estero per agenzie di stampa e quotidiani italiani, abbandonata per dedicarsi alla stesura di vari volumi sul Settecento francese.

Giovanni Incorvati, docente di filosofia del diritto e di bioetica presso le università di Roma La Sapienza e di Camerino, collabora all'edizione critica degli scritti giovanili di Jean-Jacques Rousseau per Classiques Garnier di Parigi. Dello stesso autore ha curato la prima traduzione critico-comparatistica a livello internazionale del Contrat social, in via di pubblicazione.

Francesca Schaal, laureata in Scienze Politiche all'Università Cesare Alfieri di Firenze, insegnante, scrittrice, traduttrice, giornalista free lance. Ha a lungo lavorato al Centre de Langue et Culture Italienne a Parigi e curato saggi sull'immigrazione italiana in Francia; collabora con riviste di cultura e arte. Tra i romanzi pubblicati: Una musica nella notte (Sonzogno), Il problema del mese d'aprile (Robin-Biblioteca del Vascello), La couleur de l'encre (Mokkedem Editions).

Alberto Postigliola, ordinario di storia della filosofia all'Università di Napoli L'Orientale, è autore di numerosi lavori sul XVIII secolo e sulla bioetica. In particolare, per la Voltaire Foundation e l'Istituto italiano per gli studi filosofici collabora all'edizione delle Œuvres complètes di Montesquieu, di cui è membro del comitato direttivo. È stato a lungo segretario della Società italiana per lo studio del XVIII secolo.


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