Un'interpretazione artistica delle collezioni dell'ex Museo coloniale africano

Bel Suol d'Amore - The Scattered Colonial Body, di Leone Contini e a cura di Arnd Schneider, costituisce un'interpretazione artistica delle collezioni dell'ex Museo coloniale africano ora in custodia al Museo delle Civiltà e rappresenta la prima tappa di un processo di riflessione più ampio sulle collezioni e la storia coloniale italiana che proseguirà nei prossimi mesi attraverso una serie di iniziative del Museo, permettendo di offrire nuove prospettive e visioni su aspetti del patrimonio culturale italiano finora poco esplorati.

L'istallazione artistica, risultato della collaborazione tra l'artista Leone Contini e l'antropologo Arnd Schneider, è finalizzata all'identificazione e all'esplorazione di "patrimoni contestati", con particolare riferimento al colonialismo italiano.

Durante gli ultimi sei mesi, Contini e Schneider hanno lavorato sulle collezioni dell'ex IsIAO - Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, che comprendono quelle dell'ex Museo coloniale africano. Dislocate in vari luoghi di Roma, queste collezioni costituiscono un "corpo coloniale disperso" - invisibile, sconosciuto, quasi dimenticato, e, come la storia coloniale del Paese, soggetto a un'apparente amnesia. Ciò che durante i governi liberali e poi durante la dittatura fascista era visto come un glorioso impero coloniale, è caduto in oblio a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Solo occasionalmente è stato argomento di controversie, tra apologeti del colonialismo e coloro che proponevano un lettura critica della sua storia, incluso il razzismo scientifico, la repressione delle popolazioni indigene e i crimini di guerra.

Sebbene basata su una ricerca sulle collezioni museali (spesso celate nei depositi o inaccessibili al pubblico) e su archivi e raccolte familiari (incluse quelle dell'artista la cui madre è nata a Tripoli), questa installazione non intende portare alla luce nuovi "fatti", piuttosto interviene nel dibattito con un'interpretazione artistica. Essa rende "visibile" (almeno in parte) il corpo smembrato e disperso delle collezioni dell'ex IsIAO. L'obiettivo è innescare una nuova riflessione a partire da un processo di ricerca segnato da "serendipità" e dall'inaspettata interconnessione tra la sfera privata e intersoggettiva - come nell'esempio dell'incontro tra l'artista e alcuni membri dello staff del Museo delle Civiltà, ex residenti in Libia, che condividono con lui storie familiari coloniali (e post-coloniali). Durante la ricerca, l'interazione con loro è diventata sempre più importante, lambendo anche le pratiche culinarie italo-libiche, in particolare del modo di cucinare il cous cous - un piatto adottato dal paese colonizzato.

Uno dei nodi della ricerca - e dell'installazione - sono le maschere facciali, realizzate durante le missioni in Libia condotte da antropologi italiani negli anni Venti e Trenta del Novecento. Tra questi Lidio Cipriani, fascista e sostenitore delle teorie razziali che nel 1938 fu uno dei firmatari del "Manifesto della Razza". Contini e Schneider hanno deciso di riprodurre in 3D una maschera facciale della collezione dell'ex IsIAO, facendola uscire dai depositi del museo e utilizzandola nella ricerca.

La procedura di acquisizione digitale, ripetuta come performance durante l'apertura della mostra, e la successiva stampa 3D rimettono in scena e allo stesso tempo decostruiscono il processo di appropriazione nei confronti del soggetto coloniale. In questo modo, Contini e Schneider intendono evocare la "rianimazione" del soggetto stesso, che torna in vita come simulacro. Si apre così uno spazio di riflessione sui processi di negazione dell'agency del colonizzato: la violenta impressione nel gesso del suo volto quale momento emblematico di dominazione.

Ora che la maggior parte delle collezioni dell'IsIAO sono state incorporate nel Museo delle Civiltà, si potrà dare avvio ad attività che daranno visibilità a questi materiali per una futura esposizione che includa una revisione critica del loro statuto e li contestualizzi all'attuale dibattito post-coloniale.

Leone Contini colloca la sua ricerca tra etnografia e pratiche artistiche, attraverso interventi nello spazio pubblico, installazioni, narrazioni testuali e audiovisive, performance.

Arnd Schneider è professore di Social Anthropology all'Università di Oslo e si occupa di arte contemporanea, antropologia visiva e migrazioni globali.


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