De Rebus Naturae prende forma nel cuore dell'Antropocene, nel momento di frattura in cui l'equilibrio tra uomo e ambiente si incrina lasciando emergere una nuova geografia del mondo. La mostra non cerca colpevoli, non formula diagnosi: si propone come uno strumento concettuale che, attraverso le opere esposte, registra tensioni, mutamenti e metamorfosi di una trasformazione ancora in atto. È uno sguardo rivolto a ciò che sta cambiando e a ciò che, forse, è già mutato senza possibilità di ritorno. In questo tempo sospeso, la natura abbandona il ruolo di sfondo e si rivela come corpo, memoria, superficie sensibile. Le opere si configurano come eco materiali di un presente frammentato: reperti immaginari che conservano tracce di un mondo ferito dall'intervento umano, ma anche manifestazioni della forza autonoma della materia, capace di deformarsi, rigenerarsi e riaffiorare in forme inattese. Ogni lavoro agisce come una lente sul "dopo": il momento immediatamente successivo al danno, il punto in cui l'impatto umano si ritrae e lascia emergere ciò che sopravvive, ciò che resiste, ciò che continua a trasformarsi.
L'Antropocene, con le sue accelerazioni e derive, porta con sé un'eredità complessa: materiali ibridi, ecosistemi alterati, infrastrutture disseminate nella terra, nelle acque e nell'aria. In questo scenario non vi è catastrofismo né nostalgia, ma la consapevolezza di trovarsi in un territorio nuovo, dove i confini tra naturale e artificiale si sfumano fino a generare forme di esistenza inedite. È in questo contesto che sculture e arazzi acquisiscono senso.
Le sculture Arsa Mater, Muta Mater e Mutans Mater si presentano come totem arcaici, presenze monumentali dai volumi essenziali che evocano l'archetipo della Grande Madre. Raccolgono un senso di origine e di forza primordiale, trattenendo il respiro di tempi remoti e rendendo visibile la tensione tra vita, trasformazione e permanenza.
L'arazzo Vulnera Mater – la Madre delle ferite – è un grande cerchio tessuto da corde intrecciate che incidono la superficie come una trama di cicatrici. La topografia irregolare che ne emerge evoca una mappa simbolica del mondo contemporaneo: tracciati umani sovrapposti che ridisegnano e consumano la pelle della Terra. L'opera diventa così un archivio della memoria, una pelle che trattiene ciò che è stato plasmato, sfruttato, segnato. Il secondo arazzo, Consumpta Mater, è realizzato come un patchwork di sacchi di juta provenienti da diverse aree del mondo, ricuciti con corde-sutura che attraversano la superficie. Le irregolarità delle trame raccontano economie distanti, filiere globali, pressioni produttive e industriali impresse nel tessuto come cicatrici di un sistema che consuma senza tregua. In Grembo Matris rappresenta infine un corpo simbolico, modellato come una guepière, che accoglie nel proprio ventre frammenti eterogenei: plastiche deformate, legni levigati dall'acqua, detriti naturali e scarti industriali. Da questa fusione inattesa nasce un organismo ibrido, una materia che sembra inaugurare un nuovo linguaggio, un sistema che muta annunciando un cambiamento profondo.
In De Rebus Naturae la forma non descrive, ma rivela. Mostra ciò che la Terra trattiene, ciò che sopravvive, ciò che muta. È la visione di un'artista che affida alla materia il compito di testimoniare e insieme reinventare il passaggio dell'umanità: una materia che si compone e si decompone, generando possibilità inedite di esistenza.
Sede AOC F58 - Galleria Bruno Lisi, via Flaminia 58 - Roma (metro A fermata Flaminio)
Artista Patrizia Trevisi
Titolo De Rebus Naturae
Curatore Antonio E.M. Giordano
Apertura 9 febbraio 2026 ore 18,00 – 20,30
Periodo dal 9 al 28 febbraio 2026
Orario dal lunedì al venerdì ore 17,00 - 19.30 (per appuntamento, via SMS o whatsapp: 3339652149 - chiuso sabato e festivi).
Ingresso libero
https://www.facebook.com/events/s/patrizia-trevisi-de-rebus-natu/2279375555875125/
Dove e quando
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