Il restauro e la nuova attribuzione di un capolavoro medievale romano

Visto il successo di pubblico, l'icona Madonna con il Bambino, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, rimarrà in mostra nella Sala della Biblioteca di Castel Sant'Angelo fino al 27 gennaio 2019.

L'icona, il cui recente restauro ne ha permesso l'attribuzione all'artista duecentesco Filippo Rusuti, è stata presentata lo scorso 18 ottobre dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli ed è una delle più antiche, preziose e venerate oggi esistenti.

La mostra è curata da Simonetta Antellini, già funzionario della Soprintendenza Speciale di Roma e direttrice del restauro e da Alessandro Tomei, ordinario di storia dell'arte medievale presso l'Università "Gabriele D'Annunzio" di Chieti e uno dei maggiori esperti in materia.  È realizzata in collaborazione con la Direzione Centrale per l'Amministrazione del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell'Interno, guidata dal Prefetto Angelo Carbone, che è proprietaria dell'opera, e con la Soprintendenza Speciale di Roma diretta dall'architetto Francesco Prosperetti, che ha curato il restauro.

L'opera, tradizionalmente attribuita all'evangelista Luca e per questo nota come Madonna di San Luca, è una delle immagini più venerate della storia della città di Roma, come attestano vuoi la fama di "immagine miracolosa" vuoi gli atti ufficiali della storia della Chiesa.

La tavola (nello specifico una tela impannata su tre assi in legno di noce) mostra un'immagine di derivazione bizantina – la Vergine è ritratta di fronte, tiene in braccio il Bambino rigidamente eretto, completamente vestito e benedicente – e propone i tratti dell'iconografia tradizionale dell'Odigitria, "colei che mostra la via", cioè Cristo, arricchita però di un diverso pathos, quello dell'affettuosità familiare: la Madre volge il capo verso il figlio, indirizzandogli uno sguardo pieno di tenerezza. Il Figlio poggia la mano sinistra su quella della Madre, confermando il suo attaccamento.

L'opera si discosta dall'inanimata astrazione delle figure, tipica dell'iconografia dell'epoca, e mostra nella gestualità e nella vivacità cromatica quel carattere d'intimità che sollecita l'empatia del fruitore.

L'ultimo e accurato restauro ha portato alla luce parti di firma che si è potuta riconoscere come quella di Filippo Rusuti che firmò, verosimilmente entro il 1297, il monumentale mosaico che ancora orna, in parte nascosto dal loggiato settecentesco, la fascia superiore della facciata della Basilica di Santa Maria Maggiore.


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