12 e 13 dicembre ore 21.00 – “Non sentire il male” di e con Elena Bucci
14 e 15 dicembre ore 21.00 – “ELLA” di Herbert Achternbusch con Marco Sgrosso
Il primo di e con Elena Bucci dal titolo “Non sentire il male” è dedicato a Eleonora Duse immaginata nel momento in cui, malata e sostituita da Gabriele D’Annunzio nella Figlia di Iorio, prende il copione comincia a recitare tutte le parti, tutte le scene, tutte le figure e recitando guariva dai danni della vita. In scena il 12 e 13 dicembre. Il secondo spettacolo, “ELLA” dal testo di Herbert Achternbusch - in scena il 14 e 15 dicembre - è diretto e interpretato da Marco Sgrosso, attraverso il quale in un flusso inarrestabile ed estenuante di una memoria sgangherata ma lucidissima nei dettagli, il personaggio Josef/Ella rivive umiliazioni e violenze in una dimensione allucinata dove il racconto della propria vita assume quasi le valenze di una confessione, estorta ma necessaria. La traduzione è di Luisa Gazzerro Righi.
C’è un tempo della vita in cui non bastano più mestiere, tecnica, lavoro, ma ci si domanda dove ci portino e cosa c’è oltre e altrove. Io ero proprio lì, quando, parlando con un amico sapiente, mi sono accorta che gli scritti e il pensiero della Duse mi avevano accompagnato per tutta la mia vita teatrale.
Dedicando questo lavoro a lei ho raccolto i fili delle mie inquietudini, sperando che non fossero solo mie.
Lo spettacolo è davvero scritto nel corpo, senza retorica, ed è questo che cercavo, e questo è il cuore del mio lavoro su Eleonora Duse, immaginata nel momento in cui, malata e sostituita da Gabriele D’Annunzio nella Figlia di Iorio, prende il copione e recita tutte le parti, tutte le scene, tutte le figure, davanti allo sguardo allucinato di Matilde Serao, puntuale e quasi invadente osservatrice e testimone. Forse in quel momento la Duse, che recitando guariva dai danni della vita, provava a liberarsi e a vedere oltre la materia necessaria, odiata e amata, del teatro: le scene, i costumi, gli attori. Forse sognava di poter volare per un attimo, come le altre arti tentavano, in uno spazio dove fosse possibile il teatro senza corpo e senza voce, libero dalla poesia inevitabile della sua continua distruzione nel qui e ora. Liberandosi della materia del teatro, forse si rinnova il contatto con la vita, da lei sempre inseguito e sfuggito. Ho attinto a lettere, scritti, testimonianze indirette che percorrono tutto l’arco della sua vita, ed il criterio di scelta è stato assolutamente personale, pur nel tentativo di comprendere e rispettare. E inevitabilmente, tentando di essere medium di qualcosa che si è molto amato, si parla di sé. Ho cercato di liberarmi da immagini indotte, stereotipi affascinanti, tentazioni estetiche e credo di avere trovato, nel coraggio e assoluta libertà di lei, una forza preziosa nell’accantonare regole e convenzioni. Allo stesso tempo, ho lavorato perché fosse possibile, anche a chi non ne avesse mai sentito parlare, attingere a qualcosa di lei.
Elena Bucci
Ho sempre ripensato ad “Ella” come ad una irresistibile occasione di confronto e di sfida, prima di tutto con me stesso e con la mia memoria.
Per me, “Ella” è nostalgia, e mi sembra che leggere e rileggere quelle parole sia un po’ come urlare da soli, fa male ma fa anche bene… Attraverso il flusso inarrestabile ed estenuante di una memoria sgangherata ma lucidissima nei dettagli, Josef/Ella rivive umiliazioni e violenze in una dimensione allucinata dove il racconto della propria vita assume quasi le valenze di una confessione, estorta ma necessaria. Ho visto in Josef un angelo bianco irrimediabilmente insozzato, in Ella una creatura sfacciata e grottesca precipitata in uno squallore straziante. Ho immaginato una sorta di ring, uno spazio costretto ed imploso, come il pollaio, le celle e tutte le stanze chiuse in cui questo ibrido di uomo/donna trascorre tanta parte della sua vita. Ho sentito il vuoto di chi perde le radici, come uno smarrimento da immigrati in una terra ostile. E, non so perché, ho pensato con ricorrente insistenza alle figure di Egon Schiele, alle loro espressioni allucinate e spigolose, al dolore dei loro corpi nodosi, alla loro bellezza rabbiosa, a quella irrinunciabile scomodità esistenziale oltre che fisica. Ho sentito il linguaggio continuamente interrotto ed insidiato di Achternbusch come una partitura sonora da sporcare con inflessioni umorali e dialettali, perché mi è sembrato che l’uso di una lingua “impura” potesse meglio restituire l’umanità dolorosa e plebea di questo Figlio e di questa Madre “strappati”.
Marco Sgrosso
Le Belle Bandiere è fondata nel 1992 da Elena Bucci e Marco Sgrosso, attori del nucleo storico del Teatro di Leo de Berardinis. Tra le diverse linee di ispirazione della compagnia - scritture originali, commistione di diversi codici artistici, laboratori ed eventi - si distingue nel panorama nazionale quella che persegue la rilettura di testi classici in chiave contemporanea, attraverso l'utilizzo di un linguaggio teatrale vicino alla sensibilità del nostro tempo.
Informazioni, orari e prezzi
Teatro Argot Studio
Info:
Tel. 06 589 8111
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