Tra satira sociale e scardinamento del pensiero comune

TEATRO DE' SERVI - Stagione Fuoriclasse 

dal 4 al 6 novembre  2019 // ore 21.00

MEIN KAMPF KABARETT 

di George Tabori

Regia Nicola Alberto Orofino

Con Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi

Debutta a Roma dal 4 al 6 novembre al Teatro de' Servi, nell'ambito della stagione Fuoriclasse, dedicata alla drammaturgia contemporanea, MEIN KAMPF KABARETT di George Tabori con la regia di Nicola Alberto Orofino.

Un giovane ragazzo con la passione della pittura, arriva da Braunau sull'Inn a Vienna per tentare l'esame di ammissione all'Accademia di Belle Arti. Squattrinato, infreddolito e costipato, trova rifugio in un dormitorio in cui vivono l'ebreo Lobkowitz e l'ebreo Herzl. Una storia come tante, se non fosse che quel giovane ragazzo altro non è che l'uomo che da lì a qualche anno avrebbe abolito ogni libertà in Germania, causato un conflitto mondiale e ucciso sei milioni di ebrei.

MEIN KAMPF di George Tabori è un testo complesso, ricco di riferimenti religiosi, storici, intellettuali.  

Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi portano in scena una gigantesca riflessione sul senso della vita e della morte, della storia e della fantasia, della verità e della bugia.

Niente è come sembra perché tutto si mischia, tutto si può dire, tutto può accadere, tutto si può fare dentro l'ospizio della signora Merschmeyer sito in Vicolo del Sangue a Vienna.

L' ebreo Herzl conduce il gioco. Lui che è un grande bugiardo, passa il tempo ad aspettare.

L'attesa, condizione esistenziale ebraica, è il suo modo di vivere la vita. Nell'attesa e nel dubbio esplodono fantasia e creatività: le bugie diventano l'unico nutrimento irrinunciabile dell'ebreo Herzl. Da lui e con lui prorompono in palcoscenico un ventaglio di personaggi stra-ordinari, forse frutto della sua fantasia.

L'ebreo Lobkowitz che crede di essere  Dio, la vergine Gretchen, la più intima proiezione di Herzl, contemporaneamente sogno d'amore e di erotismo, rappresentante di un mondo femminile che vorrebbe appagarlo, ma lo spaventa. Le giornate scorrono all'interno dell'ospizio viennese, le relazioni sempre più forti, le riflessioni sempre più argute, e ,quando sembra che un'improbabile quanto auspicabile amicizia sia ormai nata tra l'ebreo Herzl e il giovane "ariano" di Braunau sull'Inn, arriva la signora Morte per prendersi il futuro Fuhrer, quale suo aiutante prediletto.

La storia non si modifica, il futuro degli uomini è segnato dentro il taccuino che la cieca signora dell'Aldilà consulta per avvisare i clienti che l'ora è giunta. Il senso della Storia rimane interdetto, meraviglie e orrori del passato e del futuro che verrà, non possono trovare spiegazioni umane.

MEIN KAMPF, rovesciando completamente l'omonimo libro del Fuhrer, è una lezione di vita, perché di attesa e d'incapacità di leggere e ragionare sugli accadimenti della nostra esistenza, di frustrazioni e inumanità, di bramosia di potere e leaderismo siamo ammalati in tanti,  oggi come ieri. In un contesto del genere, tutto può accadere anche oggi, come quando in quel tempo non tanto lontano.

"Ho aggiunto il sottotitolo KABARETT, al titolo MEIN KAMPF del testo di Tabori"- annota Nicola Alberto Orofino. "Il Kabarett, da un punto di vista tematico e stilistico faceva spessissimo uso della satira, soprattutto affrontando argomenti legati alla società e alla politica, non ultimo il nazismo. Inoltre l'antisemitismo dilagante in quegli anni colpì duramente anche la comunità degli artisti del Kabarett, perché molti di loro erano ebrei. L'ironia a tratti feroce che pervade il testo, mi ha fatto pensare che questa forma di spettacolo tanto si avvicina allo spirito dell'opera. Infine ho preferito usare il termine Kabarett a Cabaret nel rispetto di una differenziazione proposta dagli stessi studiosi e artisti tedeschi dell'epoca: cabaret indica solo gli spettacoli più piccanti e di grana grossa, mentre il termine Kabarett sarebbe riservato agli intrattenimenti di satira sociale e politica.

E intrattenimento di satira sociale e politica mi sembra la definizione più giusta per il tipo di lavoro intrapreso."

TEATRO DE' SERVI

Stagione Campioni

Dall'8 al 24 novembre 2019 // ore 21.00

PER FAVORE, NON UCCIDETE CENERENTOLA

di Riccardo Mazzocchi

Regia Roberto Marafante

Con Ludovico Fremont, Valeria Monetti, Sebastiano Colla, Susanna Laurenti ed Enrico Torzillo.

Com'è difficile essere davvero liberi di esprimersi, ma ci si può provare.

Al Teatro de' Servi dall'8 al 24 novembre 2019 c'è Per favore, non uccidete Cenerentola con Ludovico Fremont, Valeria Monetti, Sebastiano Colla, Susanna Laurenti ed Enrico Torzillo.

Dopo essersi aggiudicato la vittoria 2018 del concorso "Una commedia in cerca d'autore", lo spettacolo firmato da Riccardo Mazzocchi con la regia di Roberto Marafante, debutta sul palcoscenico del teatro romano. In scena un cast d'eccezione capitanato da Ludovico Fremont e Valeria Monetti.

"Diffidate del titolo: niente è come sembra! Non ci sono scarpette di cristallo, solo fantasmi. La nostra fiaba non fa sconti, - spiega il giovane autore classe '94 -. Vengono raccontate le contraddizioni, i sentimenti e le speranze di ognuno, che sia genitore, figlio o amico. La commedia vuole essere un incoraggiamento a guardare con ironia ed anche con dolcezza,  le situazioni più diverse della vita, per aiutarci a capire che, in fondo, il segreto è essere buoni. Non è questo che insegnano le fiabe?"

Glauco è un vedovo, padre di due gemelli, che vive in un piccolo paese di provincia. Quando i figli, ormai alla conclusione delle scuole superiori, iniziano a parlargli di progetti lontani dal nido familiare, scatta in lui un timore lancinante:

tornerà ad essere solo.  Ma in fondo, è tutt'altro che solo: a tenergli compagnia ci sono sempre il suo inseparabile amico Leonardo e il fantasma dell'adorata estrosa moglie Teresa!

Il tono è delicato come deve essere in una commedia brillante, ma il tema di fondo è difficile, serio. Si parla dell'amore in tutte le sue declinazioni e della fragilità di chi è chiamato a fare o subire scelte importanti. Il risultato è un inno alla diversità, che si traduce in un invito a ricercare la felicità, se necessario, liberandosi anche della paura di contraddire il pensiero comune.


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