Da "Il Copernico e Galantuomo e Mondo" di Giacomo Leopardi

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi portano a Roma la loro ultima produzione "DE REVOLUTIONIBUS – SULLA MISERIA DEL GENERE UMANO" su testi originali di Giacomo Leopardi tratti dalle due Operette Morali "Copernico"e "Galantuomo e Mondo".

Sarà in scena ora venerdì 8 e sabato 9 aprile a Roma, Teatro INDIA , nell'ambito della rassegna Teatri del Sacro.

Il Copernico -operetta infelice e per questo morale- così la definiscono gli autori.

Con la sua "Operetta", nelle insolite vesti di Drammaturgo-Demiurgo, Leopardi ricostruisce l'Ordine dell'Universo, ben drammatizzando intorno allo sbriciolamento dell'orgoglio umano, ormai da ritenersi infondato dinanzi a Sua Eccellenza Sole, stufa di girare intorno "ad un granellino di sabbia" per far luce a "quattro animaluzzi". Il genere umano, così, scacciato dal centro dell'universo e spostato con la sua piccola sfera alla periferia del sistema solare assiste, cosciente, alla propria "Apocalisse". A voce d'un inerme Copernico, si profetizzano e stigmatizzano le miserie d'un re spodestato: l'uomo.

Operetta infelice e, per questo, morale intorno alla possibile rivoluzione del nuovo mirare dell'uomo nella profondità della propria miseria.

Così dalla minuscola e misera Terra si precipita verso il baratro delle non conosciute Luminose Meraviglie, nell'infinito buio dipinto di stelle, nella profondità e nell'abisso di ciò che rimane una speranza, l'esser parte di un' Infinita Meraviglia: il Creato. "Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell'umano intelletto che il potere l'uomo comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza" Zibaldone.

Di contro Galantuomo e Mondo -operetta immorale e per questo felice-

Con la moderna e sfrenata "civilizzazione", cioè con il sopravvento del raziocinio sul sentimento e della tecnica sullo spirito, il Mondo è divenuto nemico d'ogni virtù. Nel dialogo leopardiano il "Mondo" spiega all'ingenuo Galantuomo, il quale ha sempre coltivato la virtù e frequentato la bottega della Natura e della Poesia, come ci si deve comportare se si vuole servirlo con successo. In tempi di progresso, lì dove il Mondo "non può far altro che camminare a ritroso", l' Uomo deve appigliarsi a "tutto il contrario di ciò che gli parrebbe naturale, compiendo ogni rovescio" e divenendo così "penitente di ogni virtù". Il Mondo, travestito da Signorina Civiltà tutta vizi e capricci, divorato ogni fondale di immaginazione in cui potere sperare di precipitare, definisce gli estremi d' un freddo quadro di miseria, dove "tutti gli uomini sono come tante uova", dove è proibito ogni segno di vera vita. Qui la rivoluzione procede al contrario e diventa involuzione, in quanto il ridimensionamento dell'uomo porta seco una conseguenza negativa, da qui la menzogna utilitaristica. In uno scherzo d'impazienza e rassegnazione, Leopardi "conscio che gli uomini non si contenteranno di tenersi per quello che sono, andando sempre raziocinando a rovescio" presenta la loro Operetta immorale e, per questo, miseramente "felice".

"E gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce" Giov. 3, 19 ad introduzione della Ginestra.

Rivoluzione e miseria sono parole che riempiamo d'una natura ambigua e paradossale, nell'unica certezza di volerci aggrappare al teatro, fatto di piccole e povere cose, ma capace di grandissime riflessioni sul potere dell'uomo di ribellarsi e dunque ritrovarsi. Passeggiando con il Maestro della più amara e saggia ironia, ci disperdiamo giocando con scenari che danno largo all'immaginazione, sperando di far scivolare il pubblico nella finestra di questo "oltre" che ancora in vita ci rimane e che può, con i suoi scherzi, renderci partecipi rivoluzionari del Sentimento del Sublime.

Promo video:

youtube.com/watch?time_continue=25&v=bp2iZ6wzcMw

DE REVOLUTIONIBUS – sulla miseria del genere umano

da

Il Copernico e Galantuomo e Mondo

di Giacomo Leopardi

diretto e interpretato

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi

disegno luci

Roberto Bonaventura

scene e costumi

Cinzia Muscolino

scenotecnica

Piero Botto

assistenza alla regia

Veronica Zito

ringraziamenti

Giovanna La Maestra, Angelo Tripodo, Simone Carullo

produzione

Carullo-Minasi, I Teatri del Sacro

Rassegna stampa

"I due superano ogni aspettativa con un apologo filosofico in uno spettacolo di grande semplicità formale nonostante un testo arcaico, straniero al teatro, come le Operette Morali di Leopardi. In scena con il carretto di legno come due vecchi comici col Carro di Tespi, giocando con un fondale di pezza, inscenano con tecniche da cantastorie, in una partitura raffinata di gesti e parole, i personaggi delle due Operette, amare e ironiche riflessioni sulla natura dell'uomo"

Anna Bandettini, Repubblica

Tutto rovesciato e in moto: De revolutionibus, appunto, titolazione in linea col livoroso sarcasmo delle operette scelte. Qui sta la cifra d'un piccolo (capo)lavoro: l'operar di scarto e fantasia, applicando metafora, movimento e visione a ciò che, in effetti, già in lettura suona sufficiente, ma che sul palco trova nuovi fuochi e altra urgenza. Comici, spietati, guerrieri, Carullo e Minasi sono capaci di confrontarsi con testi tutt'altro che facili, incarnandone l'abbacinante plasticità sino a trasfonderne il venefico pessimismo in un teatrino filosofico che sembra presagire certi esiti di Pirandello.

Applaudiamo, convinti, non consolati: Leopardi parla ancora a noi e, non lo escludiamo, di noi

Igor Vazzas _ Lo Sguardo di Arlecchino

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi costruiscono un teatrino filosofante con due carretti che spingono in giro, come i discorsi, e non trovano direzione se non fermandosi uno addosso all'altra. In un immaginario 'ready-made' che unisce il circo cialtrone di Fellini ai fondali fantastici di Méliès, i due trovano tra le pagine di Leopardi le loro paure di coppia di vita teatrante e girovaga, dove la fama è il risvolto della fame, e infiniti sono i mondi che pensano: "io non vado a teatro, sono il teatro".

Matteo Brighenti _ Doppiozero

I discorsi sull'immoralità che trionfa mentre la moralità langue inascoltata, offesa e sconfitta, sono di Leopardi e tuttavia diventano -nel corso della messinscena- sempre più l'onesta offerta di sè di questo duo isolano che, al pubblico, mostra così il paradosso veritiero per cui conta poco studiare, essere modesti, cercare di produrre la bellezza mentre vale solo fingere la competenza, gonfiare i propri meriti e darsi al mercimonio d'intelletto.

Alessandro Toppi _ Hystrio

D'impatto filosofico, a interrogare il pubblico su alcune delle domande più importanti che contraddistinguono la nostra esistenza - come la miseria del genere umano -, è il "De Revolutionibus", del duo Carullo/Minasi, che, dopo aver affrontato in "T/Empio - critica della ragion giusta" l'Eutifrone di Platone, si immerge ora in due dialoghi leopardiani: "Il Copernico" e "Galantuomo e Mondo", definiti rispettivamente dai due interpreti "operetta infelice per questo morale" e "operetta immorale per questo felice.

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi continuano così in modo fecondo il loro percorso di stampo filosofico, raro nel teatro italiano.

Mario Bianchi _ KLP

Particolarmente interessante, la soluzione della messinscena incentrata su un carrozzone – che, se da un lato più prosaico, potrebbe far pensare a quello metaforico cantato da Renato Zero (peraltro abbastanza affine, nel suo andamento che ricorda la ciclicità delle catene di montaggio, alla natura ingrata descritta dal recanatese), dall'altro crea quel contesto di parabola diffusiva, da declamare per le nostre strade.

Sharon Tofanelli, www.teatro.persinsala.it

L'abilità di Carullo e Minasi è quella di portare la loro lettura scenica su diversi piani perfettamente intersecantesi. Alla qualità di quella che è stata definita poesia in prosa si aggiungono i continui rimandi alla propria attività teatrale e alla propria dignità esistenziale, fino a creare quasi un'osmosi fra se stessi e il grande poeta (e solo su questo si potrebbe scrivere un articolo) e tuttavia sfuggendo – nonostante un certo pessimismo – alla morsa di tristezza che infine ha attanagliato Leopardi.

Così il presentarsi sul palcoscenico con due carrette da attori ambulanti non si riferisce solo all'attività antica dei saltimbanchi e del teatro di strada, ma si fa metafora dell'attuale condizione precaria della scena italiana e quindi il riferimento più pertinente potrebbe essere il carretto su cui viene trasportata Ilse (la Poesia) nei "Giganti della montagna". Un modo per stringere il cerchio fra i paradossi di Leopardi e quelli di Pirandello.

Vincenzo Bonaventura, Gazzetta del Sud

L'ironia o meglio l'autoironia dei due interpreti è molto sottile come la loro bravura nel muoversi fra le trappole del testo e il conseguente rischio della mancata empatia del pubblico. Una recitazione mai urlata ma assolutamente in linea con le azioni e le intonazioni nel reciproco dialogo intessuto del leopardesco intreccio di senso e di rimandi nei rimandi, in una sorta di mise en abime. Infatti il gioco del teatro, alla fine si spoglia di abiti e fogge per restituire allo spettatore la verità dei corpi e delle maschere: i due attori lasciano gli abiti di scena raccogliendo un primo applauso. Per poi rimettere a posto chiodo su chiodo la macchina del carro di Tespi che hanno creato da veri cantastorie.

Renzia D'Incà, Rumor(S)Cena

La Compagnia

Cristiana Minasi è attrice, regista, drammaturga e pedagoga. Laureata in Giurisprudenza, è specializzata in Criminologia e Psicologia Giuridica nello specifico settore dei minori e della famiglia. In collaborazione con Giuseppe Carullo attore e regista, pone le basi per una relazione ed integrazione dei temi della libertà e dignità con molteplici progetti che uniscono teatro e pedagogia e investono Scuole, Università e Carceri.

La Compagnia, fondata nel 2009, ha prodotto gli spettacoli:

"Due passi sono" vincitore del Premio Scenario per Ustica 2011, Premio In Box 2012, Premio Internazionale Teresa Pomodoro 2103.

"T/Empio, critica della ragion giusta" vincitore Teatri del Sacro 2013 e finalista al Bando Ne(x)twork 2013.

"Conferenza tragicheffimera – sui concetti ingannevoli dell'arte" vincitore del Premio di produzione E45 Napoli Fringe Festival 2103.

I tre spettacoli chiudono la Trilogia dedicata al tema del Limite, cifra stilistica della Compagnia, inteso quale risorsa drammaturgico creativa per la definizione di qualsivoglia atto d'arte, nella sua natura prima d'atto politico-democratico.

L'intera Trilogia sul Limite definisce un progetto, la cui realizzazione è stata presentata in anteprima per il Cartellone del Teatro Stabile di Messina, volto alla fruizione dei tre spettacoli in tre luoghi diversi: Teatro/Tribunale/Manicomio. Un progetto di Teatro itinerante che giunge nei luoghi della socialità, come fosse un abbraccio culturale dello spazio cittadino: una de-costruzione del concetto di teatro nella logica di una ri-contestualizzazione dell'arte nel mondo.


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