Tutte le verità sono nascoste nelle zone più buie dei nostri ricordi

Pier Paolo Pasolini e Vittorio Gassman furono gli ultimi grandi "atleti" del teatro del 900 e tra i più attivi sostenitori dell'esercizio della cultura come strumento sociale e politico indispensabile all'educazione di un popolo.

Nel 1960 quando Gassman affidò a Pasolini il compito di tradurre l'Orestiade entrambi avevano 38 anni. Il loro incontro sancì l'unione di due grandi uomini d'arte che, insieme, scelsero di mettersi alla prova attorno ad alcune tematiche universali presenti nel mito messe a confronto con l'uomo contemporaneo.

Tutte le verità, come si sa, sono nascoste nelle zone più buie dei nostri ricordi; in quei territori dell'anima dov'è impossibile difendersi dalle grida furiose del dolore che, proprio da quelle oscurità, prendono origine; quei luoghi nei quali alcuni hanno avuto il coraggio d'entrare ma solo pochi hanno tentato di raccontarne i misteri.

Questi uomini sono chiamati poeti.

Una volta per tutte, chiudetela quella porta.

Non vi siete ancora annoiati di sentirli ridere, gli assassini?

Ho sempre immaginato l'Orestiade pasoliniana come l'affresco di un'umanità ossessionata dall'odio e dalla vendetta in cui "...per sangue sparso si spande altro sangue..." e dove l'unico antidoto contro l'infezione generata dalle nefandezze e dagli orrori di una stirpe non fosse altro che, per paradosso, l'atroce sopportazione di quella sofferenza.

E' in questo scenario del crimine che Pasolini crea il suo contrappunto poetico grazie all'elaborazione di una scrittura capace di compiere uno degli azzardi più belli della drammaturgia del XX secolo: far parlare i personaggi di Eschilo come figure emancipate, consapevoli, sensibili, ognuna delle quali attratta da un forte senso di pietà nei confronti dell'altro.

Purtroppo, però, l'uomo non è fatto per la compassione e la misericordia bensì per il crimine e l'assassinio; è questo l'osceno destino che deve accettare.

Sulla scena i personaggi, spinti dall'astio e dal rancore, sembrano rincorrere senza sosta la propria sorte; scandiscono i versi come fossero bestemmie sussurrate prima di un addio sanguinoso o preghiere pronunciate tutte d'un fiato, invocando un qualsiasi dio che li assolva dal crimine silenzioso, lì, al loro fianco, pronto ad essere "messo in scena".

Sono personaggi perennemente in conflitto tra il male che hanno scelto d'infliggere e il perdono che vorrebbero concedere.

Tra loro spicca il personaggio di Clitennestra, colei che ha il compito di uccidere prima il proprio sentimento d'amore verso Agamennone e solo dopo colpirlo brutalmente a morte perché unico colpevole del sacrificio commesso nei confronti della loro figlia in nome della guerra.

Così pure Cassandra, la quale accetta di lottare contro le proprie allucinazioni profetiche con la forza consapevole, quasi quieta, di chi sa che la salvezza si compirà solo grazie al destino già noto.

Mentre il coro, intrattenitore e provocatore di se stesso e del pubblico, acclama il ritorno di Oreste - l'ultimo degli assassini - per assistere finalmente alla realizzazione di un nuovo concetto di giustizia come bene indispensabile per il futuro della società.

Ed infine i due fratelli reietti, Elettra e Oreste, colpevoli loro malgrado di essere gli ultimi anelli di quell'infinita catena di crimini da cui liberarsi una volta per sempre.

Libertà che sarà possibile soltanto mettendo in atto il più spietato ma necessario dei delitti.

La drammaturgia è stata creata analizzando l'Orestiade in rapporto all'idea scenica che via via si andava formando in stretta connessione con le tematiche principali e in particolare con il significato intorno al quale, ancora oggi, l'opera pone il suo interrogativo: è possibile credere a un modello di giustizia capace di formare uomini migliori?

Il testo è stato ridotto e riassemblato attraverso un'elaborazione scenica rispettosa e fedeleall'originale ma al contempo estrema e appassionata; in grado soprattutto di far vibrare neigiovani cuori degli studenti, almeno per un istante, la forza disperata ma autentica di coloro chelottano per le "cose giuste".Con lo stesso coraggio dei poeti.

spettacolo conclusivo al laboratorio di teatro realizzato con gli studenti del Liceo Giulio Cesare di Roma

da Pasolini

regia Daniele Nuccetelli


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