Lettura e commento di Massimo Popolizio e Valerio Magrelli

Già da tempo i valori della poesia dialettale hanno raggiunto i vertici dell'attenzione critica. Fra i massimi poeti del XIX secolo italiano, sullo stesso piano di Foscolo o Leopardi, nessuno ormai mette in forse la presenza del milanese Carlo Porta e del romano Giuseppe Gioachino Belli. Ricordiamo che la produzione poetica di quest'ultimo fu vastissima, con ben 2279 sonetti, per un totale di 32 mila versi, vale a dire, più del doppio di quelli della Divina Commedia. E il paragone non è certo casuale, visto che il poeta romano fu quasi contemporaneo di Balzac. Ora, se il romanziere francese intitolò l'insieme della sua opera La Commedia Umana (proprio in riferimento a quella dantesca), nessuno come Belli avrebbe diritto a designare così il propria canzoniere.
Ostaggio di una nobiltà arrogante e gretta, divisa fra una casta di intoccabili e un popolino condannato alla fame, schiacciata da una tirannia senza speranza ("C'era una vorta un Re cche ddar palazzo / mannò ffora a li popoli st'editto: / "Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo"), Roma era preda di una teocrazia retta sulla tortura e sulla pena di morte. In una situazione del genere, cosa poteva mai pensare di Dio, il nostro facitore di sonetti? Ha spiegato Marcello Teodonio: "Belli credeva e basta", e tale scelta, allontanandolo dall'ateismo di Leopardi, lo proiettava nel dramma tragicomico della vita e della morte. Ecco perché, praticando una "verità sfacciata", i suoi versi suonano ancora oggi implacabili e attuali.
Per dare almeno un'idea dei suoi 2279 sonetti Massimo Popolizio (fra i più celebri attori italiani) e Valerio Magrelli (scrittore, traduttore, docente universitario) leggeranno e commenteranno alcuni fra i suoi capolavori.


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