Dal testo teatrale di Elie Wiesel

Un gruppo di attori, una notte entrarono nella taverna di un umile oste Berish, unico sopravvissuto insieme alla figlia Hanna ad uno dei tanti progrom di cui la comunità ebraica era vittima in quel periodo in Polonia; come ci racconta la Storia ed il testo teatrale di Elie Wiesel “Il processo di Shamgorod”.

Eliezer Wiesel è uno scrittore americano di cultura ebraica e di lingua francese, nato in Romania e sopravvissuto all'Olocausto. La sua volontà di divenire attraverso la scrittura messaggero di umanità contro la violenza, le repressioni e il razzismo gli valse il Premio Nobel per la pace nel 1986.

Chi legge un testo di Elie Wiesel non può non divenire a sua volta un testimone. Tanto più se chi legge è uomo di cultura e fa della scelta artistica la ragione della sua esistenza, proprio come coloro che presentano questo progetto. Questo vuole essere il senso dello spettacolo: una testimonianza; attraverso la quale affermare il valore assoluto della memoria a distanza di pochissimo tempo dalla ricorrenza dei 70 anni dalla liberazione del campo di sterminio ad Auschwitz, 27 gennaio 1945.

La scelta del testo è una scelta umana, prima che artistica. La chiave è nella vita e nell’esperienza del suo autore, Elie Wiesel che l’orrore del campo di Auschwitz l’ha vissuto in prima persona e che da quell’orrore è sopravvissuto perdendovi parte della sua famiglia. Elie Wiesel ha dedicato tutta la sua vita di scrittore e drammaturgo a raccontare la sua esperienza, perché essa si imprimesse nella memoria collettiva degli uomini e divenisse incancellabile al trascorrere del tempo. Il testo teatrale “Il processo di Shamgorod” insieme al romanzo “La notte” sono le sue più alte testimonianze che ci accompagnano in quell’abisso in cui la sfida dell’uomo è quella di rimanere Uomo e dentro cui risuona la domanda estrema, drammatica che tutti coloro che morirono o sopravvissero ai campi di sterminio si sono posti: “- Dov’è dunque Dio? Ed io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov’è? Eccolo, è appeso lì, a quella forca…” (Elie Wiesel “La notte”).

Rappresentare questo testo vuol dire portare in scena questa domanda. Gli attori che realizzeranno il progetto non sono né di religione, né di cultura ebraica ma sentono profondamente il valore universale raccontato dalla scrittura di Elie Wiesel che diviene patrimonio di ogni uomo.

“Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza.” E.W.

“Chi ascolta un superstite dell’Olocausto, diventa a sua volta un testimone”

Elie Wiesel da “La notte”

Da qualche parte in un villaggio sperduto, non lontano dal fiume Dniepr, avvolto nel buio della notte. Una taverna scalcinata con alcune panche e tavoli. Berish, l’oste, Maria la serva ed Hanna la figlia di Berish sono gli unici sopravvissuti della comunità ebraica del villaggio di Shamgorod all’ultimo pogrom, devastazione che i cavalieri cosacchi compiono contro le comunità ebraiche del luogo. I sopravvissuti sanno di essere soli ed abbandonati. Nella taverna anche tre attori ebrei, tre purimspieler, venuti a Shamgorod a celebrare e rappresentare la festa ebraica del Purim cioè la festa dei folli, il carnevale degli ebrei. Non sanno dove sono arrivati. Non sanno che non esiste più nessuna comunità di Shamgorod. In un succedersi farsesco e drammatico di eventi tutti saranno condotti ad una rappresentazione estrema ed ultimativa del Purim che suona nella desolazione terribile del luogo, in una eco di morte ed assenze, come un grido, quasi una bestemmia gridata contro il silenzio di Dio di fronte allo sterminio dei propri figli. Essi gli attori ed i sopravvissuti, su richiesta senza appello di Berish, porteranno in scena un “Din Toràh” cioè un vero e proprio processo a Dio senza appello anche se inutile. Ma manca un elemento fondamentale per il processo: l’avvocatore difensore di Dio. Arriverà quasi uscendo dall’oscurità, inatteso e misterioso, come uno straniero che a tutti sembra di aver conosciuto ed incontrato ma che nessuno, salvo Maria che grida con tutta la sua rabbia l’identità dello straniero, riesce ad identificare. In un clima di inquietudine ed angoscia il processo può iniziare. Ma sino a quando? I cosacchi potrebbero tornare e terminare l’eccidio. Tutto è sospeso in una attesa via via più drammatica ed estrema sino all’epilogo sconvolgente ed inatteso dove tutto e la vita di ognuno troveranno non la risposta ma l’ultima e più lacerante domanda.

Il processo di Shamgorod – le ragioni di una scelta

di Elie Wiesel

regia: Mario Palmieri

con Pierfrancesco Ceccanei, Patrizio Cigliano, Simone Faucci,

Mario Palmieri, Giorgia Palmucci, Rita Pasqualoni, Romano Talevi

Scene: Eugenio Piscopello _Costumi e Maschere: Chiara Buggiani Disegno luci: Roberto De Leon


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