L'eros, i conflitti e il perturbante immaginario maschile e femminile de La chunga di Mario Vargas Llosa con la regia di Carlo Sciaccaluga invadono il palcoscenico del Teatro India dal 14 al 18 gennaio.
Dopo I racconti della peste e Appuntamento a Londra, Carlo Sciaccaluga conclude la trilogia dedicata al grande scrittore e Premio Nobel per la Letteratura recentemente scomparso, con uno spettacolo coprodotto dal Teatro di Roma con lo Stabile di Catania, che vede in scena un nutrito cast composto Debora Bernardi (Chunga), Francesco Foti (Josefino), Giovanni Arezzo (Scimmia), Franz Cantalupo (Josè), Liborio Natali (Lituma), Francesca Osso (Meche).
La pièce, ispirata al romanzo La Casa Verde, scritto dallo stesso Vargas Llosa, ci trascina nel 1945 a Piura in Perù, in un vecchio bar dove uno dei quattro protagonisti maschili, Josefino, perde ai dadi una grossa somma di denaro. L'uomo chiede alla proprietaria del locale, la Chunga, del denaro per saldare il suo debito e, in cambio, le lascia Meche la sua bellissima e sensuale amante. Le due donne passeranno la notte insieme e, ognuno dei protagonisti, ritrovatisi a distanza di anni nello stesso bar, darà una versione diversa di quanto verificatosi quella sera. Meche è sparita nel nulla e non si saprà mai cosa le è accaduto.
Un testo emblematico che propone una sintesi perfetta dei temi più cari al grande scrittore, alcuni dei quali, come l'omofobia e la violenza sulle donne, purtroppo ancora tragicamente attuali. La Chunga mette in evidenza anche un'altra tematica centrale della poetica di Vargas Llosa: il rapporto tra uomini e donne, la rappresentazione del femminile nel desiderio maschile e la violenza che ne consegue. L'eros è il motore, ma è il conflitto tra i due immaginari sessuali e sociali – maschile e femminile – il cuore pulsante dell'opera. Le fantasie dei quattro uomini rivelano un universo maschile lacerato, ora dominato dal desiderio di possesso e controllo, ora dall'asservimento idolatrico al femminile.
«La drammatica contrapposizione tra donna-amante e donna-madre riaffiora, deformata come in un sogno lynchiano, dove l'immagine della donna non è mai neutra, mai reale, sempre inquietante. La mediazione tra queste due percezioni del femminile da parte del maschile rimane irrisolta nella nostra cultura. E gli esiti di questo fallimento sono troppo spesso tragici, e quasi sempre dolorosi, ingiusti, violenti – dichiara il regista Carlo Sciaccaluga – L'unica via d'uscita per la donna – in un mondo costruito sullo sguardo maschile – sembra essere la fuga o il silenzio. Ma in La Chung, quel silenzio diventa azione: un'auto-affermazione radicale, forse una forma di vendetta muta. O, più semplicemente, di difesa. La difesa di un mistero, di uno spazio interiore inviolabile.»
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