Un thriller teatrale, firmato da Giampaolo G. Rugo

Liberaci dal male è un vero e proprio thriller teatrale, firmato da Giampaolo G. Rugo, sceneggiatore e drammaturgo romano che ha già importanti successi all'attivo ("La Svolta", "Killer Joe", "Un uomo a metà"), con la regia di Massimiliano Farau.

Lella e Luca hanno rapito un bambino di pochi mesi: il figlio dell'"ingegnere", il padrone della fabbrica che dà lavoro a tutta la città. Lella (Roberta Mattei, che molti ricorderanno in "Non essere cattivo" di Caligari) è una donna timida e lavora in un centro estetico. Luca (Davide Tassi) è un uomo brutale e violento, il tuttofare dell'ingegnere. Con i soldi del sequestro vorrebbero scappare in Brasile, al caldo, per rifarsi una vita. Nella casa dove sono nascosti, si è rotta la caldaia. Fuori l'inverno gelido avanza. E per placare il pianto disperato del bambino i due cominciano a somministrargli dosi sempre più alte di sonnifero. Come andrà a finire?

Ma soprattutto, che cosa prevarrà in noi? Il desiderio che il bambino si salvi ad ogni costo, o una inconfessabile empatia per l'impresa criminale?

Note d'autore

Sono sempre stato colpito dal fatto che le ultime parole del padre nostro, la preghiera per eccellenza, siano liberaci dal male. Come se per farlo fosse necessario chiedere aiuto a una qualche entità superiore stante l`impossibilità di liberarsene da soli. Ho allora analizzato quello che viene percepito come il più orrendo dei delitti: il rapimento di un bambino. Sono nati così i personaggi di Lella e Luca: i rapitori. Il male.

Come spesso mi succede andando avanti nella scrittura ho scoperto che le paure di Lella e Luca sono le mie paure; le loro frustrazioni le mie frustrazioni; la loro rabbia la mia rabbia; chissà che non siano anche quelle del pubblico e chissà se riconoscere e dare un nome a questo "male" possa essere il primo passo per provare a trovare in un amore reale, concreto e terreno la chiave possibile a liberarsene e a liberarsi senza dover chiedere aiuto a un essere superiore

Giampaolo G. Rugo

Note di Regia

Liberaci dal male racconta, per usare le parole del suo stesso autore, come "l'amore, nella sua forma forse più pura, assoluta e biologicamente misteriosa: l'istinto materno possa contrastare il male" - a sua volta inteso da Rugo nella sua forma più pervasiva e devastante, in cui la pulsione cieca all'autoaffermazione, le storture della società, e i penetrali più oscuri della psiche (l'"ombra", come la chiamava Jung, che ognuno porta in sé) possono congiurare per condurre anche il più ordinario degli individui verso azioni efferate.

La forma con cui Rugo sceglie di raccontare questo apologo è quella - raramente praticata - del thriller teatrale: l'attenzione dello spettatore si aggancia alla tensione per l'esito del sequestro di persona che due rapitori improvvisati, Luca e Lella, compagni di vita oltre che complici nel crimine, commettono nei confronti del figlio appena nato del ricchissimo industriale di una anonima cittadina del Nord d'Italia. Ma la preoccupazione per la salvezza del bambino diventa progressivamente, nello spettatore, partecipazione all' "agon" fra il livore ancestrale e il desiderio di rivalsa di Luca e l'improvviso insorgere di un sempre più potente istinto materno in Lella. Come andrà a finire? Ma soprattutto che cosa prevarrà in noi, il desiderio che il bambino si salvi ad ogni costo, o una inconfessabile empatia per l'impresa criminale?

Per un regista affrontare un testo come Liberaci dal male significa principalmente e quasi esclusivamente concentrare il proprio lavoro sulla costruzione della veridicità della situazioni e sul rapporto fra gli attori chiamati a incarnare Luca e Lella. Per la scena abbiamo scelto uno spazio oscuro e sotterraneo, in cui gli oggetti della "quotidianità eccezionale" di un sequestro di persona emergano da un buio assoluto che si presti ad evocare limacciosi recessi psichici così come materni alvei di vita.

Massimiliano Farau


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