Sul palco due attori, uno più anziano e l'altro più giovane, si interrogano sul destino del teatro e la sua capacità di comunicare ancora qualcosa.
Dopo aver conosciuto una stagione in cui la scena poteva essere luogo di conflitto, di pensiero, di interrogazione collettiva, il primo guarda al teatro con disincanto, avvertendone la perdita, quasi la morte. Il secondo invece sente sulle proprie spalle il peso di una tradizione enorme, difficile da dominare e perfino da comprendere fino in fondo, ma non vuole rinunciare alla possibilità di portarla avanti.
Per cercare una risposta i due fanno ciò che appartiene più profondamente al loro mestiere: recitano. Entrano nelle figure di Ulisse e Telemaco e il discorso sul teatro si trasforma in un confronto tra un padre e un figlio. L'Ulisse dello spettacolo non è però l'eroe finalmente tornato a casa. È un reduce da vent'anni di guerre e di viaggi, un uomo stanco che ha perduto insieme alla memoria una parte della propria identità. Telemaco, al contrario, è colui che ha atteso. Vuole sapere dove sia stato suo padre, che cosa abbia visto, perché sia partito, perché sia rimasto lontano. Gli domanda della guerra, della gloria, della paura, chiedendogli in realtà conto della sua assenza. Ulisse ha poche risposte. La memoria che dovrebbe ricostruire il passato è ormai fatta di vuoti, frammenti, immagini spezzate. Il mito diventa allora la storia molto più intima e dolorosa di un padre che non riesce più a raccontarsi e di un figlio che cerca troppo tardi di conoscerlo. In questo scarto si concentrano alcuni dei temi dello spettacolo: la guerra e ciò che lascia negli uomini, l'autorità paterna, la lontananza, la colpa, la memoria, il bisogno di essere riconosciuti da chi amiamo.
La scena, quasi completamente spoglia, accompagna questa scelta di essenzialità. Pochi oggetti, qualche traccia della guerra, linee segnate sul pavimento: non un luogo realistico, ma uno spazio mentale. È la parola a costruire il paesaggio e a costringere lo spettatore a compiere il proprio viaggio. Il teatro non offre immagini già concluse, ma chiede a chi guarda di riempire il vuoto con la propria memoria, con le proprie assenze, con i propri padri e i propri figli.
Quando il dialogo tra Ulisse e Telemaco termina, accade però qualcosa di inatteso: i due attori non riescono più davvero a uscire dai loro personaggi. Il confine tra chi recita e chi è recitato si rompe. Ed è qui che lo spettacolo rovescia la propria premessa. All'inizio l'attore anziano aveva dichiarato la morte del teatro; alla fine entrambi scoprono di sentirsi pienamente vivi proprio dentro la finzione teatrale.
Il titolo nasce da questo paradosso. Le ombre non possono incendiarsi, eppure il teatro vive da sempre di impossibili: restituisce voce ai morti, rende presente ciò che è lontano, dà corpo alla memoria. Le ombre sono ciò che resta delle persone, delle guerre, delle assenze, dei personaggi che continuano ad abitare chi li ha interpretati. Quando si incendiano, ciò che sembrava spento torna improvvisamente a vivere. Forse il teatro non è il luogo in cui troviamo risposte. È il luogo in cui alcune domande, per un istante, diventano inevitabili.
Quando si incendiano le ombre
testo e regia Donato Di Stasi
con Mimmo Surace e Marco Bertes
suoni e luci Rosmary Valentino
costumi Marco Nateri
fotografia Stelvio Peti
Informazioni, orari e prezzi
VENERDÌ 18 E DOMENICA 20 SETTEMBRE 2026
@ TEATRO PETROLINI – Testaccio, Via Rubattino 5, 00153 – Roma
Venerdì 18 settembre | ore 17:30 e ore 21:00
Domenica 20 settembre | ore 17:30 e ore 21:00
Costo del biglietto:
Ingresso unico 10€ (compresa tessera associativa 2€)
Prenotazione con messaggio WhatsApp ai numeri:
347 5402983 – 328 6756415
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