Un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini liberamente inspirato al film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni

"Noi sappiamo che sotto l'immagine rivelata ce n'è un'altra più fedele alla realtà,

e sotto quest'altra un'altra ancora, e di nuovo un'altra sotto quest'ultima.

Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai.

O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà".

Michelangelo Antonioni

Debutta il 9 ottobre al Teatro Argentina in prima italiana (dopo la premìere internazionale in Svizzera per Lugano In Scena), per una coproduzione tra Romaeuropa Festival 2018 e Teatro di Roma, la nuova attesa creazione dell'acclamato duo Daria Deflorian e Antonio Tagliarini. Dopo Reality (2012), Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2013) e Il cielo non è un fondale (2016), i due premi Ubu per l'innovazione alla drammaturgia, s'ispirano a uno dei capolavori del cinema italiano, Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, per proseguire la loro ricerca intorno alla condizione di "marginalità" quale chiave di lettura del nostro presente e forma di resistenza "in sottrazione".

«Nel film abbiamo riscontrato lo stesso disagio esistenziale che viviamo noi oggi, la stessa fatica a stare 'dentro la realtà'. Una delle domande da cui siamo partiti è stata: quali parti di me, della mia natura, metto a tacere ogni giorno, cosa comprimo 'per essere come gli altri'?» hanno spiegato i due artisti. Ma è in Giuliana, protagonista de Il Deserto Rosso, interpretata da una magnifica Monica Vitti, che Deflorian e Tagliarini trovano incarnate tutte le domande che nutrono Quasi Niente. «Giuliana è una donna borghese ma è anche una 'selvatica vestita bene' ed è proprio in questo senso che, alla fine, non rappresenta nulla: chiamata a rappresentare la borghesia, (poiché l'identità borghese è uno dei grandi temi del cinema dell'epoca) finisce per eccedere le rappresentazioni, comprese quelle ideologiche o sociologiche. È un punto di fuga. C'è un momento del film in cui dice: "Cosa devono guardare i miei occhi?" È una domanda etico-politica e allo stesso tempo esistenziale; probabilmente è anche 'la' domanda che nutre il cinema. Una domanda che il teatro non può far altro che spostare su una soglia, quella tra quello che si vede e quello che non si vede. Laddove ci viene chiesto in continuazione di scegliere, di guarire, di essere capaci Giuliana ci mostra la bellezza della condizione opposta. Rende grazia alle ombre, alla sconfinata interiorità del nostro disagio».

Così scena e drammaturgia si costruiscono come uno spazio aperto, cerniera tra il "dentro" e "fuori", tra l'immagine e il reale in essa sotteso. Se sullo sfondo citazioni da Il Deserto Rosso sembrano emergere sfocate, come suggestioni di un altro tempo e di un'altra storia, le parole di Daria e Antonio, quelle dell'attrice Monica Piseddu, del performer Benno Steinegger, e della cantante Francesca Cuttica (in scena al loro fianco) ci raccontano della nostra quotidianità, di qualcosa di estremamente familiare perché ancorato al nostro presente.

Il duo approfondisce così la propria riflessione sul significato stesso del teatro e sul ruolo dell'attore. In scena, continuano ancora Daria e Antonio «siamo continuamente presenti dietro le figure. Figure che s'interrogano sul fare commedia della vita, o sul farne sempre un dramma, che sentono la fatica della propria facciata sociale, cercano in continuazione un'intimità, consapevoli della contraddizione di farlo di fronte a un pubblico che le guarda».

Parole, urla liberatorie, immagini, gesti di follia improvvisa o la poesia di una canzone pop ci parlano del disagio, della fragilità, delle crepe del reale, di una storia che nessuno sembra più voler ascoltare e che spetta al teatro, con il suo "impotente fantasticare", portare ancora una volta in scena.

Dalle note di regia

Quasi niente. Oggetto di partenza del nostro nuovo progetto è Il deserto rosso, lo straordinario film del 1964, prima opera a colori di Michelangelo Antonioni, che a partire – sembra - da un breve racconto di Tonino Guerra vede in scena una straziante e fanciullesca Monica Vitti. Giuliana, moglie e madre, attraversa il deserto – in una scena veramente rosso – della sua vita senza che nessuno possa realmente toccarla, senza toccare a sua volta nessuno. Nemmeno l'incontro con Corrado, amico del marito, per tanti versi simile a lei, riesce a cambiare le cose. Poche le parole, alcune talmente belle da diventare proverbiali ("Mi fanno male i capelli", la più nota, presa in prestito da una poesia di Amelia Rosselli) e protagonista assoluto il paesaggio, una Romagna attorno a Ravenna trasfigurata dal regista ("ho dipinto la realtà" dichiarava all'epoca) in un mondo dove malattia e bellezza coincidono con un cortocircuito di senso e di sensi che ancora oggi ci sbalordisce. Un oggetto ingombrante, visto, discusso e sviscerato. A differenza di Janina Turek, la protagonista del nostro lavoro del 2012, Reality e delle pensionate greche di Petros Markaris che abbiamo abitato in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni del 2013, entrambi oggetti di cui pochi o nessuno si era occupato, Il deserto rosso è invece uno delle opere centrali – hanno scritto – non solo del cinema italiano e internazionale, ma delle arti visive del Novecento.

La nostra scelta è quella di essere cinque in scena, tre donne, due uomini. Prima di tutto per evitare il triangolo borghese, moglie-marito-amante, per avere la possibilità di lavorare liberamente attorno alla figura di Giuliana e infine per rispondere alla tensione anti-realistica del film. Infatti, se questa opera ci ha colpito è anche perché il film non è la sua trama, e questo ci corrisponde.

Da sempre, nei nostri lavori siamo attratti da figure marginali, dimesse (quelle lucciole fisiche e di pensiero così ben descritte da Georges Didi-Huberman), da sempre ci descriviamo nelle loro cadute e fallimenti. Figure apparentemente lontane dal cinema Antonioni e dalle sue ambientazioni medio borghesi. In realtà, Giuliana fa pienamente parte di questa galleria di persone storte, riuscite a metà. È una 'selvatica vestita elegante', a suo modo una Kaspar Hauser. C'è qualcosa in lei che ci parla di una ricerca di verità che spesso, nella nostra sempre maggiore "capacità" di stare al mondo, abbiamo perso. Ci siamo adattati. Accomodati, abbiamo azittito domande come quelle che lei si pone: "Ma cosa vogliono che faccia con i miei occhi? Cosa devo guardare?".

Il nostro vuole essere un lavoro non solo sul disagio, la fragilità, sulle crepe, ma anche sulla fanciullezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare. "C'è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cosa sia. E nessuno me lo dice" dice Giuliana. Il deserto rosso si interroga in maniera personalissima su quel cambiamento epocale che tutti gli artisti del dopoguerra hanno sofferto e raccontato: nel caso di Antonioni si è parlato di alienazione, Pasolini lo chiamava apertamente genocidio culturale. Quell'alienazione - termine non a caso desueto - ci appartiene talmente tanto che non siamo più in grado di avvertirla.

La cerniera tra dentro e fuori in quest'opera è talmente sottile che non possiamo che essere sollevati dal fatto che il film inizi durante uno sciopero, che lo sfondo sia lo sfruttamento di operai chiamati a sradicarsi dalla loro terra per andare a lavorare all'estero. L'osmosi tra i due livelli del racconto in Antonioni non è né ideologica né risolutiva, ma scava, intreccia, sposta. Siamo di nuovo di fronte al rapporto tra figura e sfondo che abbiamo affrontato ne Il cielo non è un fondale (2016).

Dove siamo ora?

È qui che Quasi niente racconta la nostra distanza da Il deserto rosso. Come se fossimo tutti Giuliana e nello stesso tempo nessuno fosse più lei. Più che essere ammalati in quanto individui, lo siamo come società e senza quel margine di immaginazione ("dietro al nostro fantasticare c'è il mondo intero" poteva scrivere Antonioni a Mark Rothko in una lettera) che rende Giuliana la figura più vera, più singolare, più viva del film. Ora siamo in un mondo che sembra aver perfettamente compiuto quella parabola di disagio, rendendola addirittura positiva e insuperabile. Il mondo che un giovane teorico della cultura, Mark Fisher, ha definito del "realismo capitalista". Un realismo che non è come gli altri: è un realismo integrale, senza porte e senza finestre, che ha preventivamente escluso ogni altra visione del mondo, sussunto ogni passato, ipotecato ogni futuro. Ma è proprio questa la scommessa marginale del teatro: continuare a far intravedere il "mondo intero" dietro un impotente fantasticare e i limiti di "questo mondo" dietro la potenza con cui schiaccia i singoli.

Con Francesca Cuttica, Daria Deflorian, Monica Piseddu, Benno Steinegger, Antonio Tagliarini

Collaborazione alla drammaturgia, Aiuto regia Francesco Alberici

Luce, Spazio Gianni Staropoli

Domenica 14 Ottobre, al termine dello spettacolo la compagnia dialogherà con Lorenzo Pavolini per Post It, il ciclo di incontri realizzato dal Romaeuropa Festival in collaborazione con Rai Radio 3.

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